Arriva un’app dal MIT di Boston per tracciare i contagi e la diffusione del Coronavirus. È una combinazione di GPS e Bluetooth che ci avvisa se abbiamo incrociato una persona positiva, garantendo però in modo assoluto la privacy: i dati restano nelle nostre mani e nel nostro telefono. Il progetto, nato 20 giorni fa, sotto la guida del professor Ramesh Raskar, un luminare internazionale che da molti anni studia sistemi di privacy, si chiama Private Kit-Safe Paths. Fin dal giorno 1 al team si sono uniti epidemiologi, ingegneri, ricercatori, data scientist, evangelisti della privacy di altissimo livello, provenienti dal MIT (Massachusetts Institute of Technology), da Harvard e da Mayo Clinic. La bella notizia è che nel cuore del team ci sono tre giovani talenti italiani: Francesco Benedetti, Andrea Nuzzo ed Enrico Santus. 90 anni in tre.
Il progetto in open source ha poi immediatamente attirato una community di oltre 500 esperti che da tutto il mondo sta collaborando, mossa dal desiderio di fare qualcosa che abbia un significato. C’è chi è pronto a scommettere che Private Kit sarà l’app più scaricata e usata come modello standard dai vari Paesi, Italia compresa. Il MIT ha partecipato anche alla call indetta dal Ministero italiano dell’Innovazione per le tecnologie per il contrasto alla diffusione del SARS-CoV-2. La sua forza è la protezione della privacy. «In pratica i dati dei nostri movimenti non vengono salvati in un server centralizzato (come per esempio fa Google), ma sul nostro telefono. Nessuno potrà mai sapere dove siamo stati e con chi».

A quel punto ognuno di noi dovrebbe adottare tutte le misure di prevenzione del contagio, rispettando un codice interiore. «L’obiettivo è dare consapevolezza per aiutarci a proteggere noi stessi e i nostri cari. Se l’app sarà utilizzata da centinaia di migliaia di persone potrà davvero fare la differenza e anche avere una funzione rassicurante».
Tre talenti italiani nel progetto del MIT
Consapevolezza, fare la propria parte, mettere il talento a disposizione di tutti. Ecco cosa penso mentre li intervisto su WhatsApp in contemporanea. Francesco è a Boston, Enrico a New York, Andrea a Filadelfia. Hanno storie straordinarie di cervelli in movimento.

«In Italia abbiamo talento e università straordinarie. Pensiamo sempre di non essere all’altezza. Soffriamo della sindrome dell’impostore. Ma quando ci troviamo a competere nei luoghi di eccellenza, ci rendiamo conto che non siamo da meno. Credeteci fino in fondo, siate determinati e umili e trovate davvero qualcuno che creda in voi. Così è stato per me: prima i miei professori a Bologna, il mio supervisore al MIT prof. Zachary Smith e ora Ramesh». Francesco ha un ruolo di coordinatore di questo progetto con i Paesi che vogliono implementare questa app.

«Questa storia ci sta insegnando quanto siano importanti le collaborazioni fra professioni diverse fra loro (biologi, statistici, programmatori, esperti di privacy) e quanto sia indispensabile il contributo di ogni singolo individuo al bene comune».

«Mi sono sempre battuto per la democrazia. Cercavo da giorni il modo di sentirmi utile di fronte a questa grande emergenza» racconta Santus che sta supportando il progetto su vari piani, dall’onboarding dei nuovi developer all’interfaccia tra diverse figure, fino alla riorganizzazione del team. Ecco l’Italia che ci piace.
Intanto, l’app del MIT sta attirando gli interessi di tutti i Paesi del mondo, dell’Oms con cui sta trattando accordi e dello Stato americano. Un lavoro straordinario realizzato da moltissime “anime“ che dimostra da una parte il senso più alto della Rete, che è quello di unire, e dall’altra il vero senso della tecnologia: che è quello di salvare vite umane. In mezzo ci siamo noi, chiamati a fare la nostra parte.
Info: http://privatekit.mit.edu/